Non è una novità assoluta e non è diffuso in tutti i ristoranti, ma il menù parlante (labeling menù, se volete darvi un’aura di internazionalità), si sta diffondendo. Si tratta di un menù dove accanto ai piatti, ai loro ingredienti e al prezzo, sono riportate altre informazioni.
Le più diffuse sono i dati relativi al contenuto energetico, al sale o agli acidi grassi saturi. Ma può essere riportato anche il contenuto in carboidrati, in grassi o l’essere adatto a persone vegetariane o vegane. Negli esercizi dove è presente una linea di lavorazione senza glutine, i piatti adatti a persone celiache vengono ovviamente indicati. Più recente è la creazione di menù elettronici dove è possibile inserire dei filtri in base alle proprie preferenze, non tanto organolettiche, quanto invece dovute a situazione sanitaria (allergie o intolleranze) o etico-religiosa (rifiuto di determinati cibi). In modo automatico il software proporrà solo scelte alimentari coerenti con le proprie scelte di vita.
Ma il menù parlante funziona?
Una recente review bibliografica (Cantu-Jungles et al, 2017) ha riassunto gli studi condotti sull’argomento e i risultati sono contrastanti. Tre studi su 13 hanno evidenziato un calo nell’assunzione di energia quando il contenuto in kcal veniva riportato nel menù, ma in 10 sperimentazioni non è stata osservata nessuna differenza. Anche per i carboidrati, l’adozione di un menù parlante ha ridotto in modo limitato l’assunzione di questo nutriente (- 16 grammi in uno studio su quattro). Per quanto riguarda il sale da cucina, l’indicazione del contenuto di questo nutriente ne ha ridotto il consumo di 46 mg, anche qui in un quarto degli studi considerati.
Il menù parlante non ha quindi sempre determinato grandi variazioni, però quando ha avuto un effetto, questo è sempre stato quello di ridurre l’assunzione di un nutriente cui prestare attenzione, perché la sua eccessiva assunzione può portare ad alterazioni metaboliche (es: sale, carboidrati, energia, acidi grassi saturi).
L’etichettare invece i piatti vegetariani come tali, ne ha paradossalmente ridotto il consumo, forse perché la popolazione onnivora lo ha percepito come un prodotto riservato a una specifica categoria di persone (Berke e Larson, 2023).
Nella valutazione di questa modalità di comunicazione con il consumatore, va ricordato che dare troppe informazioni può generare confusione e ridurre così l’utilità dello strumento. Il menù parlante può essere un utile strumento di prevenzione primaria, ma la scelta di quali e quanti parametri va definita con grande attenzione per evitare di confondere il consumatore.
Per saperne di più
Berke e Larson (2023) Appetite, 188 : 106767
Cantu-Jungles et al (2017) Nutrients, 9 : 1088; doi:10.3390/nu9101088
Redatto da:
Rossi Filippo
Ricercatore in Nutrizione Umana
Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali
Università Cattolica del Sacro Cuore
Piacenza